26 9 / 2012
Milano la notte
Se non fosse per il tram arancione fermo al semaforo, qui non parrebbe Milano. È piccola questa piazza, lastricata di grosse pietre chiare. Una chiesa pallida ne chiude il lato più lungo; dalla parte opposta le rotaie del tram. Davanti al portone della chiesa ci sono due paia di scarpe abbandonate; quelle da donna hanno dei lunghi tacchi neri. Soltanto qualche secondo dopo mi accorgo dei loro proprietari. Lei ha dei lunghi capelli scuri, lui un cappello. Abbozzano qualche passo di danza. Sono abbracciati e lei sembra dover cadere da un momento all’altro, sgraziata nei passi. Dovrebbe essere un tango, quello che ballano. In realtà è qualcosa di molto diverso, forse più bello.
Non potrebbe essere altrimenti. Una coppia in abito scuro che danza senza musica (e male, molto male). Una chiesa talmente pulita da sembrare un telone alla Scala e una strada deserta. Il tram immobile. Sono io che ingombro lo spazio.
23 8 / 2012
Milano la notte
Ci sono delle volte in cui non riesci bene a capire che giorno è quello che stai vivendo. Allora socchiudi gli occhi - anzi, li strizzi proprio quegli occhi - e cerchi la data che lampeggia sull’insegna della farmacia. Il negozio è chiuso e la croce, spenta.
Poi decidi di non pensarci più. Quando le giornate sono tutte uguali, i minuti, le ore si ammassano senza contorno.
La circonvallazione è deserta ai bastioni di porta Volta. Attraversi l’incrocio senza guardare né a destra né a sinistra, senza aspettare il verde sul semaforo. Lo attraversi perché sai che è il momento per farlo. Lasci alle spalle Paolo Sarpi e risali la strada - com’è che si chiama? Cinisio, Cenesio, Ceresio? - fino a quando davanti a te non ci rimane soltanto la facciata del cimitero monumentale.
Il cancello è chiuso. Il parcheggio vuoto.
11 7 / 2012
Milano la notte
La città finisce all’inizio di via Amadeo. Le rotaie del tram in mezzo al selciato, una svolta e il capolinea. E poi un cavalcavia di pietra. Sopra c’è la strada ferrata che porta a Lambrate e poi, lentamente, scivola nella gigantesca conchiglia di Stazione Centrale. È qui che passano i treni che arrivano da Est, Brescia Venezia Trieste. E quelli che corrono da Sud, da Bologna e lungo lo sperone, oppure risalgono da Roma, da Napoli. Nessun treno a quest’ora, c’è silenzio. Sotto il cavalcavia, gli scarafaggi.
04 7 / 2012
Milano la notte
All’improvviso, lasciandomi alle spalle Buenos Aires, sono negli anni Novanta. Un gruppo in rollerblade mi sfreccia accanto per poi fermarsi al centro della strada. Saranno trenta, forse qualcuno in più. Stanno aspettando qualche ritardatario che si è perso a Loreto. La piazza immolata al traffico. Sembra lontana chilometri.
Ai Roller risale la mia prima cicatrice di una certa entità. Eravamo tra le viette del quartiere. Ci siamo divisi in squadre da due: uno in bici, l’altro impattinato. Abbiamo trovato un bel rettilineo, di quelli che finiscono nel nulla scontrandosi contro l’ingresso di un palazzo, e ci siamo disposti ai blocchi di partenza. Quello in bici, aveva il compito di fare da traino all’altro, che se ne stava aggrappato al portapacchi con una mano mentre cercava di prendere velocità. Ad un certo punto, più o meno a metà strada dal traguardo, quello in roller si staccava e correva da solo per la volata. Come Cipollini, che per vincere al Giro aveva bisogno di un gregario che gli lanciasse lo sprint. Io, quel giorno, non avevo fatto i conti con il manto stradale. Ad un certo punto, infatti, il selciato pallido, lasciava il posto ad un tratto asfaltato di fresco. Scintillava di nero sotto il sole. E proprio in quel punto c’era un dislivello di tre centimetri scarsi. Quasi invisibile. Ma sufficiente a farmi deragliare. È stato in quel momento che per la prima volta ho compreso la forza bruta della cinetica e la solidità innata della materia incorporea.
Gli ultimi sono arrivati. Il gruppone si è ricompattato e io, ormai, ho attraversato l’incrocio. Per non lasciarli scappare, frugo alla ricerca dell’I pod. Nelle cuffie, Lorenzo ‘92.
03 7 / 2012
Milano la notte
C’è una coppia dalle parti di Porta Venezia. Lei è bionda, con quel culo un po’ tondo che è morbido senza essere grosso, lui in canotta bianca. La pelle di lui è scura, scottata dai lavori Atm. Ballano abbracciati senza musica e fumano una sigaretta. Una sola, per tutti e due; ogni tanto se la passano in silenzio. Sono su di un terrazzino di una palazzina dai muri scrostati. Le inferriate nere formano strane geometrie. Paiono serpenti.